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Sulle spalle dei giganti. Ex-studente unibz a Plug and Play

Emanuele Pucci, co-fondatore di Awhy, è uno dei pochi, fortunati imprenditori selezionati dall’acceleratore di impresa con sede a Sunnyvale, nella Silicon Valley. Lo abbiamo intervistato.

Emanuele Pucci, laureato della magistrale in Imprenditorialità e Innovazione e fondatore della start-up Awhy (una delle più promettenti startup italiane, secondo Forbes Francia) sta partecipando a Plug and Play, il noto programma di accelerazione di impresa fondato dall’”imprenditore seriale” Saeed Amidi. 

Si tratta di un progetto di incubazione tra i più ambiti al mondo, una piattaforma grazie alla quale pochi imprenditori fortunati ricevono la chiave per aprire un mondo di relazioni personali e di lavoro con gli innovatori dell’economia che vivono e lavorano nel cuore pulsante dell’economia mondiale. Abbiamo raggiunto Pucci al telefono nella Silicon Valley, dopo un'intensa giornata di lavoro, per farci raccontare della sua esperienza californiana che durerà tre mesi. 

Come si svolge una tipica giornata di uno startupper a Plug and Play?
Bisogna tenere presente che non si tratta di una classica formazione, in cui si resta in aula dalla mattina alla sera ad ascoltare lezioni frontali. Sei tu a doverti attivare in prima persona, ad essere produttivo e propositivo. Plug and Play ti regala la possibilità di immergerti in una realtà molto competitiva in cui ci sono persone che mettono a disposizione le loro competenze ed esperienze per aiutare te e la tua impresa a fare il grande passo. Dopo la prima settimana di training, veniamo messi a lavorare al nostro progetto. Poi partecipiamo gli eventi che si tengono nella Silicon Valley e nella Bay Area, a San Francisco, e che sono moltissimi. Ognuno ne può trovare anche tre o quattro al giorno che siano interessanti per il proprio business.

Che tipo di eventi sono e a cosa servono? 
Sono eventi specifici per startupper in cui, per esempio, si viene introdotti a metodologie di “lean management” oppure si fa pitching. Sono, come si dice, “the place to be”. È obbligatorio andarci se si vogliono incontrare business angel o persone con cui collaborare, far nascere nuove idee ma sono occasioni molto diverse da quelle cui siamo abituati qui in Italia e in Europa. Lì i partecipanti vogliono parlare, conoscere gli altri, sfruttare ogni occasione di entrare in contatto. Il networking è fondamentale per creare occasioni di business ed è una delle abilità più apprezzate e su cui si concentrano gli startupper, pena la scomparsa dal mercato. 

Chi sono i mentori?
Normalmente sono professionisti di altissimo livello, con alle spalle una carriera almeno ventennale in un determinato settore dell’industria. Uno di quelli che mi hanno affiancato, ad esempio, è un esperto di speech recognition che è stato ai vertici di Panasonic. Se voglio capire come affrontare un problema, contatto il mentor e gliene parlo. Lui mi può dare qualche dritta utile. Ho così accesso a un patrimonio di esperienza che normalmente non è disponibile altrimenti a chi è giovane e ha fondato un’impresa da poco. Dopo l’intake che ha coinvolto nove startup, abbiamo avuto accesso alle sessioni one-to-one, colloqui in cui esplori le possibilità che si possono aprire al tuo business orientandolo in un modo o in un altro. 

Il tuo soggiorno nella Silicon Valley prelude a un’apertura di una sede di Awhy in USA?
È un obiettivo strategico ma non nel breve periodo. Adesso l’idea che mi anima è immagazzinare quanti più stimoli e conoscenze possibili per poi metterle a frutto da noi. Per ora privilegeremo una dimensione europea ma è ovvio che i contatti che sto raccogliendo qui, se curati, possono rilevarsi preziosi per esplorare nuove strade di business. 

Infine, come procede Awhy?
Siamo molto soddisfatti. Ci stiamo consolidando e le risposte dai nostri clienti ci confortano. Adesso siamo in sei e entro inizio 2020 progettiamo di arrivare ad assumere altri quattro collaboratori. Ovviamente, mi aspetto che il programma di questi tre mesi dia presto i suoi frutti. 

(zil)


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